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Guardando ad Oriente

Guardando ad Oriente

Mai come ora i riflettori sono puntati ad oriente, che con il suo repentino sviluppo economico e tecnologico è riuscito a presentarsi all’occidente con una veste completamente nuova. La cultura orientale non rinnega mai il proprio passato, e l’immagine che oggi noi stiamo imparando a conoscere è il sunto di tutta la loro storia, presenta infatti tutti gli elementi che hanno segnato la loro evoluzione stilistica e culturale.

Prenderemo in analisi maggiormente Cina e Giappone con qualche riferimento alla Corea del Sud e a Singapore, quest’ultimo paese è forse l’esempio più chiaro di sviluppo in oriente: ha vissuto e imposto forti cambiamenti che hanno aperto le porte all’occidentalizzazione. Singapore quale paese che ha subito e goduto della presenza di basi militari occidentali, rappresenta un chiaro esempio di come i paesi orientali siano usciti da una loro dimensione tradizionale per fare fronte ad un mondo basato su una economia di stampo capitalista.

Nei primi anni della sua indipendenza Singapore ha cercato di creare una propria economia basandosi sui capitali delle multinazionali occidentali, questa apertura dettata dalla necessità si è andata ad incontrare con un’idea socialista di distribuzione della ricchezza e del lavoro, favorendo la diffusione della proprietà privata e lo sviluppo dell’edilizia civile, dando vita così al modello di città orientale contemporanea.

Anche la Cina subisce la stessa sorte, mentre il Giappone mantiene un autonomia maggiore pur rimanendo tra i paesi più ricchi. Le città e quindi la vita cambia radicalmente per tutti i paesi dell’estremo oriente a partire dal secondo dopoguerra attraversando diverse fasi.

L’aspetto del territorio si modifica rapidamente lasciando spazio a grandi urbanizzazioni e bonifiche, le città si verticalizzano cambiando la morfologia delle loro maglie urbane, e nuove classi sociali emergono andando a ricoprire la posizione di consumatori e committenti.

L’oriente guarda ad occidente assorbendo metodi e linguaggi per insediarsi nel sistema economico globale, mantenendo però un forte controllo sulla conservazione dei principi etici e politici del propria tradizione.

La necessità di ridurre la povertà e di inserirsi nel sistema di globalizzazione porta i paesi orientali ad utilizzare come strumento di risoluzione le risorse culturali; in questi ultimi anni hanno creato un ottimistico e audace concetto di economia creativa che si è dimostrata efficace tanto da diventare fondamentale per le politiche di sviluppo e per la definizione delle nuove conformazioni urbane.

Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong e Cina sono oggi i maggiori investitori per quanto riguarda la ricerca in campo tecnologico e in campo creativo, questo ha permesso loro di ribaltare la situazione e far si che sia l’occidente a guardare verso oriente per rinnovare le singole economie locali ormai completamente sfibrate. I paesi orientali riescono quindi ad applicare i sistemi capitalisti ad un nuovo mondo di industrie.

Tutto ciò è però frutto di grandi difficoltà e sacrifici da parte di questi paesi.

Le città precedentemente a questo fenomeno sociale occupavano porzioni di territorio relativamente ristrette, la maggior parte della popolazione abitava le campagne e i distretti limitrofi ai centri urbani, con l’industrializzazione selvaggia le campagne sono scomparse subendo una forte processo di cementificazione diventando città cresciute intorno ai complessi industriali; anche gli edifici destinati alle amministrazioni e gli enormi quartieri residenziali destinati ad accogliere i dipendenti di tali uffici sono di conseguenza sorti nei vecchi centri urbani cancellano così le parti più antiche. La città si espande fino a raggiungere ed inglobare i piccoli centri limitrofi e le campagne ormai industrializzate, creando così enormi metropoli iper moderne e funzionali con grandi sistemi di infrastrutture. Tutto ciò a discapito della popolazione e delle antiche architetture.

Questo fenomeno si è visto per esempio negli interventi fatti a Pechino per le ultime olimpiadi, che hanno visto sorgere razionali quartieri sulle rovine delle antiche abitazioni popolari. Non pochi sono stati i casi di protesta da parte della popolazione locale; una fra tutte ha rimbalzato su tutti i media mondiali: in una delle più estese e popolose municipalità della Cina, Chongqing, un uomo si è barricato in casa rifiutandosi di abbandonare l’immobile. Il terreno su cui sorgeva un antico quartiere con case popolari è stato destinato alla realizzazione di un gigantesco centro commerciale, nonostante il cantiere vada avanti l’uomo non termina la sua protesta; lo scavo intorno alla sua casa supera i 10 metri e l’immagine di questo piccolo fabbricato in mattoni sospeso su un unico cumulo di terra nel mezzo del nulla diventa l’emblematica visione dello sviluppo economico della Cina.

Questa grande “edificabilità” della Cina ha creato un fenomeno “migratorio” verso Est degli architetti e del mondo creativo che molto assomiglia a quello operato dalle avanguardie verso l’unione sovietica, polo di attrazione, laboratorio pratico e teorico in cui veder realizzate le proprie ricerche e i propri desideri. Purtroppo quello che si concretizzò nei movimenti costruttivisti e suprematisti presto fu schiacciato dalla retorica di regime; tuttavia si andò a creare un movimento animato da uno spirito e da una volontà costruita su ideali contemporaneamente artistici, sociali e politici. Dopo quasi 100 anni l’elemento di attrazione è nettamente differente, è infatti la grande prosperità economica a guidare lo spostamento delle intelligenze verso i paesi orientali.

Quello che però si presenta agli architetti è un mondo fatto di edilizia selvaggia, una sorta di convulsa corsa verso la cementificazione; soprattutto per quello che concerne la Cina, le imprese di costruzioni sono le stesse che lavoravano all’interno degli uffici tecnici del regime, quindi non cambia l’atteggiamento verso la città, la vecchia guardia è rimasta e si nasconde sotto l’immagine dell’impresa privata. Gli architetti che operano sul territorio hanno più o meno delle storie simili tra di loro; il profilo medio presenta persone che hanno conseguito lauree all’estero, lavorato in grandi studi internazionali e, successivamente al boom economico orientale, sono rientrati in patria attirati dalle grandi possibilità di un paese che si svincola dalla retorica di un regime. Lo scontro con la realtà oggettiva è forte, i creativi si rendono conto che il percorso di liberazione dai temi e dalle forme imposte si presenta lunga e dolorosa.

Gli architetti contemporanei Cinesi e Giapponesi si trovano in questo momento a mettere in luce quelle che sono le loro differenze, proprio grazie alla necessità di mettere in comunicazione occidente e oriente.

Prendendo in esame tutti questi aspetti si può tentare di comprendere maggiormente un popolo che fino ad ora ci sembrava lontano, icona dell’esotismo che da sempre ha ispirato la cultura romantica, l’oriente come punto di fuga, oggi si avvicina all’occidente entrando a far parte della quotidianità e dell’immaginario collettivo come nuovo punto di riferimento.

Vania Caruso . Arch. Carlo Colini

Photo by Road Trip with Raj on Unsplash